«Storia nostra» La terra di Puglia a chi la lavora

23 Lug

145213552-9666e807-a318-429f-9814-a519cf04d9d8
di VITO ANTONIO LEUZZI
L’alienazione di un cospicuo patrimonio di terre pubbliche in diverse regioni, dal Sud al Nord della Penisola, previste dalla «legge di stabilità» del 24 gennaio 2012 (ex legge finanziaria), varata dal governo di Mario Monti, richiama alla memoria la «riforma agraria» che, poco più di sessant’anni, fa segnò il processo di ricostruzione nazionale.

In base al dispositivo legislativo odierno (in via di definizione da parte delle Commissioni parlamentari) potrebbero essere venduti a giovani – con vocazioni imprenditoriali o con qualifiche di coltivatori diretti – una massa notevole di terreni demaniali per una loro valorizzazione, incrementando così le casse dello Stato. Si calcola che oltre trecentocinquantamila ettari di terre disponibili, tra gli altri, in Piemonte e Veneto, ma anche Lazio, Campania, Abruzzo e Basilicata (in Puglia non è stato ancora reso noto il loro censimento) potranno alimentare un risveglio di una economia legata al settore primario.

L’insieme dell’operazione appare però non priva di rischi trattandosi di beni di utilità pubblica che una volta alienati potrebbero subire modificazioni d’uso ed entrare nel circuito della speculazione. Il bisogno di «fare cassa» appare, inoltre, in aperto contrasto con l’esigenza precipua di stimolare l’iniziativa giovanile e al contempo con l’effettiva possibilità di sostenere il settore agricolo. Vale la pena ricordare ciò che avvenne con il varo della «riforma agraria» che tra il 1950 ed il 1960 rappresentò una svolta decisiva dell’Italia repubblicana, rendendo disponibile più di settecentomila ettari di terra, sottratte al grande latifondo (attraverso un equo indennizzo) e ridistribuite a centinaia di migliaia di contadini poveri. Bisogna anche considerare gli oltre seicentomila ettari acquistati da famiglie contadine, grazie all’istituzione di un fondo statale che facilitava l’accesso a mutui agevolati.

La riforma varata da Alcide De Gasperi, tentava di porre fine all’aspra e drammatica conflittualità politico-sociale che dall’immediato dopoguerra aveva sconvolto il Mezzogiorno e diverse altre aree del Paese. Si assistette in particolare ad un mutamento sociale senza precedenti con il declino definitivo dell’aristocrazia terriera. Al contempo si ridimensionava anche l’influenza dei partiti di sinistra che, nell’attacco al latifondo, avevano lanciato con successo la parola d’ordine «la terra a chi la lavora». Il grande meridionalista e tecnico agrario, Manlio Rossi Doria, in una intervista alla Bbc del 1957 affermò che lo Stato italiano con la riforma colpiva per la prima volta «la grande proprietà fondiaria assenteista, attorno alla quale si erano sempre barricati il conservatorismo e l’immobilismo meridionale».

Nei primi anni della sua attuazione il governo intervenne nel settore delle infrastrutture: costruzione di strade, linee elettriche, bacini idrici per l’ir rigazione grazie all’istituzione della Cassa del Mezzogiorno che ebbe indubbiamente effetti sociali di vasta potata. Non tutti allora riuscirono a soddisfare l’enorme fame di terra: nelle assegnazioni ci furono notevoli discriminazioni dettate da logiche clientelari, per cui le campagne furono sempre attraversate da tensioni latenti. D’altronde Rossi Doria non celava le enormi contraddizioni e gli aspetti limitati sotto il profilo economico-produttivo della riforma degasperiana.

Migliaia di contadini poveri, che avevano ottenuto terreni ingrati e difficili (nelle aree dell’Appennino Dauno e dell’Alta Murgia, per restare alla Puglia) nel giro di pochi anni abbandonarono tutto e scelsero le strade dell’emigrazione verso le aree dell’Europa industrializzata e del settentrione d’Italia. Nella seconda metà degli anni Cinquanta l’esodo dal Mezzogiorno agricolo fu imponente. Dalle campagne furono espulsi gli strati sociali più poveri determinando la crisi irreversibile del modello di società rurale legato alla piccola proprietà coltivatrice. Di quelle storie di entusiasmo e poi di abbandono rimangono, testimoni muti, i casolari della riforma – tutti uguali, ma a volte modificati dai loro proprietari – che fanno da sentinella nelle colline pugliesi, da Minervino Murge a Candela.

Alla luce di questa significativa storia di mutamenti economico- sociali imponenti dell’Italia repubblicana le operazioni legate alla «legge di stabilità» appaiono poco chiare. Non si comprende con quali risorse sarà possibile rendere produttivi territori collinari e di montagna che hanno già subito in questi ultimi anni un forte degrado. Le pale eoliche e gli impianti fotovoltaici dei monopoli energetici privati rappresentano, infatti, il nuovo volto del paesaggio agrario di vaste aree del territorio meridionale ed in particolare di quello pugliese.

13 luglio 2012
La Gazzetta del Mezzogiorno

Advertisements

Una Risposta to “«Storia nostra» La terra di Puglia a chi la lavora”

Trackbacks/Pingbacks

  1. TERRE AI GIOVANI DALLA REGIONE, MA SONO I TRATTURI! (PER ORA…) | I TRATTURI DELLA PUGLIA - febbraio 2, 2015

    […] In conclusione, per riflettere, un vecchio articolo del prof. Leuzzi: “La terra di Puglia a chi lavora”. […]

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: